Spesso, in edilizia, si sente parlare di materiali incombustibili, o meglio ignifughi. Si tratta di elementi che, come suggerisce l’etimologia del nome, o non reagiscono al fuoco, o, se lo fanno, hanno comunque tempi piuttosto lunghi e dunque rallentano la propagazione di eventuali incendi, limitando i danni alle cose, alle strutture e soprattutto alle persone.

D’altro canto il fuoco è davvero pericoloso: meglio non averci mai a che fare!

Vediamo, dunque, cosa dice la normativa a riguardo, come vengono classificati i materiali sulla base del loro comportamento al fuoco e in quali casi è bene far attenzione ad impiegare solo elementi appartenenti a determinate classi, escludendone altri che, nell’eventualità si verificasse un incendio, potrebbero comportare maggior pericolo.

Materiali non combustibili

Il termine ignifugo deriva dal latino ed è composto da due parti: ignis, che significa fuoco e fugio che significa fuggire, ma se letto transitivamente, può essere interpretato come mettere in fuga, respingere.

Un materiale, pertanto, viene definito ignifugo qualora sia in grado di non reagire al fuoco, di respingerlo o, comunque, di reagire ad esso con estrema lentezza, in modo tale da impedire la nascita di un incendio, o quanto meno di arginarne la propagazione.

Si tratta di una proprietà intrinseca di ciascun materiale. Esistono, infatti, alcuni materiali che, come il legno, ardono con estrema facilità, mentre altri sono decisamente più restii alla combustione. Queste caratteristiche vengono valutate in maniera precisa dalla normativa, che permette così di classificare i vari materiali impiegati in edilizia, ma non solo.

Cosa si intende per resistenza al fuoco dei materiali

Il D.M. 26 giugno 1984, modificato dal D.M del 03/09/2001, definisce esattamente cosa si debba intendere con le espressioni “reazione al fuoco” e “classe di reazione al fuoco”. Senza aver ben chiaro il significato di tali diciture non è possibile far chiarezza sull’argomento.

Viene definita reazione al fuoco il grado di partecipazione di un materiale combustibile al fuoco al quale è sottoposto. La reazione al fuoco di un materiale, in realtà, è un fenomeno molto più complesso di quello che si potrebbe pensare e non va in nessun modo confuso con la resistenza al fuoco.

La resistenza al fuoco è una delle principali misure antincendio di protezione da perseguire per garantire un adeguato livello di sicurezza di un’opera in condizioni di incendio. Essa riguarda nello specifico la capacità portante di una struttura, di una parte di essa o di un dato elemento costruttivo, nonché la capacità, in caso di incendio, di compartimentazione per gli elementi di separazione sia strutturali (come muri e solai) che non strutturali (come porte, pareti e divisori).

La reazione al fuoco di un materiale è cosa ben diversa e dipende da diversi fattori, in particolare:

  • dall’infiammabilità, ovvero dalla capacità del singolo materiale di entrare in combustione e permanervi, con emissione di fiamme, a causa dell’esposizione ad una sorgente di calore;
  • dalla velocità di propagazione delle fiamme, che va intesa come la velocità con cui, per un determinato materiale, si propaga il fronte di fiamma;
  • dal gocciolamento, cioè dalla possibilità che un dato materiale emetta “gocce” di materiale fuso, durante o dopo l’esposizione ad una sorgente di calore;
  • dal post-incandescenza, che concerne la presenza di eventuali zone che permangono incandescenti anche dopo lo spegnimento della fiamma e che, dunque, potrebbero innescare nuovamente un incendio;
  • dallo sviluppo di calore nell’unità di tempo, ovvero dalla capacità di un dato materiale di emettere calore quando sottoposto a combustione;
  • dalla produzione di fumo, che riguarda la capacità di un materiale di emettere particelle solide e/o liquide in sospensione nell’aria, come risultato di una combustione incompleta
  • e dalla produzione di sostanze nocive, che va intesa come la capacità di un materiale durante la combustione di emettere vapori e/o gas nocivi per la salute umana.

Classificazione dei materiali ignifughi

Il D.M. del 26 giugno 1984 e la successiva modifica del 2001 regolamentano la classificazione della resistenza al fuoco e l’omologazione dei materiali ai fini della prevenzione incendi.

Le classi di reazione al fuoco rappresentano le diverse categorie a cui viene assegnato ciascun materiale. In tutto sono 6 e vanno dalla classe 0 (quella dei cosiddetti materiali incombustibili) fino alla 5, passando chiaramente per le classi 1, 2, 3, 4. La classe aumenta in maniera proporzionale all’aumentare della partecipazione del materiale alla combustione.

Alcuni dei principali materiali utilizzati in edilizia, come il calcestruzzo, il cartongesso e la lana di roccia, rientrano in classe 0.

Tra i materiali di classe 0 annoveriamo:

  • materiali da costruzione compatti o espansi, a base di ossidi metallici o composti inorganici privi di leganti organici;
  • materiali isolanti a base di fibre naturali privi di leganti organici;
  • materiali costituiti da metalli, con o senza finitura superficiale a base inorganica.

Le classi dalla 1 alla 5 si riferiscono ai cosiddetti materiali combustibili, che hanno un comportamento migliore tanto più è bassa la classe.

Le definizioni date alle diverse classi sono le seguenti:

  • Classe 0 materiali incombustibili
  • Classe 1 materiali combustibili non infiammabili
  • Classe 2 materiali combustibili difficilmente infiammabili
  • Classe 3 materiali combustibili infiammabili
  • Classe 4 materiali combustibili facilmente infiammabili
  • Classe 5 materiali combustibili estremamente infiammabili.

La normativa europea che si riferisce ai materiali ignifughi è la UNI EN 1350-1. Tale direttiva propone la classificazione dei materiali e dei prodotti da costruzione in funzione della loro reazione al fuoco, intesa come la partecipazione al fuoco che il materiale in questione manifesta se messo a contatto con esso.

Tre sono le categorie normate:

  • Prodotti da costruzione
  • Pavimenti
  • Materiali per l’isolamento delle condutture.

Tra i prodotti da costruzione troviamo le Euroclassi A1, A2, B, C, D, E ed F, dove le prime due sono incombustibili, mentre le altre sono combustibili in modo crescente dalla B alla F. Ad esempio, nelle categorie A1 e A2 annoveriamo: il cemento, il calcestruzzo, il vetro, la ceramica, la lana di roccia e la lana di vetro.

Ovviamente, in alcuni ambiti costruttivi considerati più a rischio, viene richiesto specificatamente l’impiego di materiali omologati con classi di reazione al fuoco minime. In questi frangenti non solo è importante pensare di utilizzare un materiale ignifugo isolante, ma anche l’impiego di tessuti ignifughi o di arredi che limitino di molto la propagazione del fuoco può fare la differenza.

Si pensi, ad esempio, alle strutture ricreative, ai locali aperti al pubblico, piuttosto che agli ospedali. In tali casi oltre alla certificazione dei materiali impiegati è necessario anche servirsi di un’apposita procedura tecnico-amministrativa di omologazione, che viene emessa dal Ministero dell’Interno ed ha validità quinquennale.

Nel nostro paese è poi in vigore anche la UNI CEI EN ISO 13943/2004 che valuta il grado di partecipazione al fuoco di numerosi materiali come:

Materiale ignifugo isolante e tessuti ignifughi

In edilizia, vengono utilizzati molto spesso materiali che sono allo stesso tempo sia ignifughi che termicamente isolanti. I due esempi classici sono la lana di roccia e la lana di vetro, che, come abbiamo già avuto modo di vedere, oltre ad essere ottimi isolanti termici, utilizzabili anche in bioedilizia poiché assolutamente naturali, possiedono anche un comportamento fortemente ignifugo, che li rende ideali per molte applicazioni.

Tra gli impieghi più comuni rammentiamo quelli dei pannelli rigidi o dei rotoli da posizionare su solai piani o coperture; ma anche soluzioni per avvolgere le canne fumarie o le tubature.

In ambito edile, però, è quanto mai importante valutare anche la reazione al fuoco di finiture ed arredi. Ecco allora che il gesso, materiale minerale non combustibile, di classe A1, è l’ideale come trattamento murario, tanto da venir regolarmente utilizzato anche per migliorare la resistenza al fuoco degli elementi strutturali.

Altro elemento che spesso ha un ruolo determinate della propagazione degli incendi sono i tessuti. Per questo ci sono numerosi frangenti in cui è d’obbligo prevedere l’impiego di tessuti ignifughi, specie e per quanto riguarda i tendaggi, ma anche i rivestimenti per divani, sedie e materassi e persino per la biancheria da letto e da bagno. Esistono, infatti, tutta una serie di norme che regolano la materia ed esiste una specifica certificazione ignifuga anche per i tessuti.

Chiaramente, anche nella propria casa nulla vieta di utilizzare questo tipo di fibre incombustibili, soprattutto in cucina, o in quei locali in cui è maggiore la possibilità che si verifichi un incendio, come nelle vicinanze di un camino o di una stufa; piuttosto che nelle abitazioni “più a rischio”, dove magari vivono anziani soli. Oggigiorno, peraltro, sul mercato si trovano anche tessuti ignifughi esteticamente gradevoli a prezzi piuttosto competitivi, quindi anche l’estetica non ne risente.

Le classiche fibre di cotone naturalmente non sono in grado di resistere alle fiamme, così come tessuti artificiali derivati dalla cellulosa, quali la viscosa o l’acetato, bruciano molto rapidamente. I tessuti ignifughi, invece, possono addirittura proteggere il corpo o l’oggetto che avvolgono dalla combustione, tanto che vengono impiegati, ad esempio  per fabbricare le tute dei vigili del fuoco.

Esistono alcuni tessuti naturalmente ignifughi, ma per lo più si ha a che fare con tessuti ottenuti attraverso trattamenti di ignifugazione eseguiti sulle fibre tessili di partenza, che consistono nell’aggiunta di sostanze particolari alle fibre come solfato di ammonio, sali di ammonio, sodio borato etc.

La normativa italiana ed europea classifica i tessuti ignifughi in due macro gruppi; quelli che non bruciano affatto quando esposti alla fiamma e quelli che bruciano solo quando la temperatura supera una certa soglia e/o bruciano molto lentamente, ostacolando il propagarsi dell’incendio. Questi ultimi vengono definiti tessuti fuocoritardanti.

Per controllare la reazione di un tessuto alle fiamme basta leggere il codice abbinato al tessuto, che normalmente è presente sull’etichetta.

La certificazione di garanzia ignifuga per un certo tessuto può avere durata variabile: da un anno fino a tutta la vita del prodotto. In tutti i casi, è bene ricordarsi che è fondamentale lavare il tessuto ignifugo seguendo attentamente le indicazioni, diversamente potrebbe ridursi o addirittura venir meno il trattamento ignifugo. Inoltre, dato che sulla tenuta ignifuga dei tessuti influisce anche l’esposizione agli agenti atmosferici, in alcuni casi può essere necessario prevedere un controllo periodico da parte di un tecnico.

Concludendo

Come avrete capito, sia tra i materiali da costruzione, che a maggior ragione tra quelli impiegati per la realizzazione di arredi e complementi, ve ne sono di più indicati di altri rispetto al comportamento che questi hanno in caso di incendio. In ambito domestico resta a ciascuno di noi capire fino a che punto e dove può essere conveniente utilizzare elementi o tessuti ignifughi.

Sara Raggi

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